Le vittime e i testimoni

Bisogna ammettere che non è facile fornire parole al groppo di pietà, di strazio e di furore che l’evento sprigiona. […]

Di fronte all’assassinio di un solo bambino, in ogni bambino ucciso muore davvero un mondo.

(Vittorio Sermonti).

 

E il nome di Maria Fresu
continua a scoppiare
all’ora dei pranzi
in ogni casseruola
in ogni pentola
in ogni boccone
in ogni
rutto – scoppiato e disseminato –
in milioni di
dimenticanze, di comi, bburp.

zanzotto

(Andrea Zanzotto).

Gli 85 morti per lo scoppio della bomba alla stazione e i 200 feriti provenivano da diverse città italiane e straniere, erano persone in viaggio per raggiungere località di vacanza o per ritornare a casa,  erano militari che andavano in licenza, giovani sposi che iniziavano il viaggio di nozze, bambini che andavano in vacanza, studenti, anziani che si spostavano, persone andate in stazione ad aspettare parenti o amici di ritorno da altri viaggi. Erano persone che in stazione svolgevano il proprio lavoro come i due taxisti Fausto Venturi e Romeo Rota o le sei ragazze che lavorano nella ditta Cigar che aveva i propri uffici proprio sopra le sale d’aspetto.

Le vittime provenivano da 50 diverse città. I morti stranieri erano 9. Gli studenti assassinati erano 19, gli insegnanti 5, gli operai 14, gli impiegati 12, i pensionati 7, le casalinghe 11, vi erano poi artigiani, militari, ferrovieri, tassisti, dirigenti ed altre categorie, vi era anche un disoccupato. (T. Secci, Cento milioni per testa di morto, Bologna, 2 agosto 1980, Targa italiana, Milano, 1989, p. 47).

Tra quelle dei morti alla stazione di Bologna c’è anche la storia di una bambina piccolissima, la più giovane delle vittime. È quella di Angela Fresu, 3 anni, che veniva con la madre Maria, 24, da Gricciano di Montespertoli, in provincia di Firenze. La ragazza, che abitava con i sette fratelli e con i genitori che non avrebbe più rivisto, era partita con un’amica di due anni più giovane, Verdiana Bivona, di Castelfiorentino. Ad accompagnarle c’era una terza ragazza, Silvana Ancillotti, l’unica che si salverà. Di lei e delle altre vittime ci parla Antonella Beccaria.

Come scriveva anche Enzo Biagi sul Corriere della Sera le vittime erano persone comuni che vivevano la loro quotidianità:

«Stazione di Bologna, come un appuntamento con la distruzione, non come una tappa per una vacanza felice, per un incontro atteso, per una ragione quotidiana: gli affari, i commerci, le visite, lo svago. Come si fa ad ammazzare quelle turiste straniere, grosse e lentigginose, che vedono in ognuno di noi un discendente di Romeo, un cugino di Caruso, un eroe del melodramma e della leggenda, che si inebriano di cattivi moscati e di sole, di brutte canzoni? Come si fa ad ammazzare quei compaesani piccoli e neri, che emigrano per il pane e si fermano per comperare un piatto di lasagne, che consumano seduti sulle borse di plastica? Come si fa ad ammazzare quei bambini in sandali e in canottiera che aspettano impazienti, nella calura devastante, la coca cola e il panino e non sanno che nel sotterraneo, non lo sa nessuno, c’è un orologio che scandisce in quei minuti la loro sorte?
Vorrei vedere che cosa contengono quei portafogli abbandonati su un tavolo all’istituto di medicina legale: non tanto i soldi, di sicuro, patenti, anche dei santini, una lettera ripiegata e consumata, delle fotografie di facce qualunque, di quelle che si vedono esposte nelle vetrine degli «studi» di provincia: facce anonime, facce umane, facce da tutti i giorni. Dicono i versi di un vero poeta, che è nato da queste parti e si chiama Tonino Guerra: «A me la morte / mi fa morire di paura / perché morendo si lasciano troppe cose che poi non si vedranno mai più: / gli amici, quelli della famiglia, i fiori / dei viali che hanno quell’odore / e tutta la gente che ho incontrato / anche una volta sola». Sono facce che testimoniano questa angoscia, ma nessuno ha potuto salvarle».

Nel 2016 per ognuna delle vittime è stata redatta una breve biografia. biografie

 

E poi vi sono i feriti, le persone che si sono salvate ma che porteranno, per sempre i profondi segni di quel due agosto.

Roberta aveva 16 anni e stava andando in vacanza, Marina 21 e stava lavorando, Patrizia stava partendo per Roma. Roberto era capotreno. Sonia, Giuseppe, Tonino, Ruggero, Eliseo erano in stazione, alcuni di loro conservano ancora un oggetto che avevano in quell’agosto.

 

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Testimonianza di Patrizia Poli  parte I parte II

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Testimonianza di Anna Pizzirani Parte I, Parte II, Parte III

 


 

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