Monumenti

La memoria collettiva ha bisogno di modi e di luoghi in cui rimanere memoria viva e deve essere accompagnata da una ricerca attiva che la richiami, una anamnesi. Fra gli oggetti – in senso lato – che si possono, e si devono, in questa analisi considerare vi sono i segni presenti nelle città: i monumenti, le lapidi, i luoghi di memoria, la toponomastica. La lettura di questi segni ci mostra infatti come, e se, le amministrazioni abbiano voluto lasciare traccia degli eventi giudicati importanti per la storia, locale e nazionale, per la memoria pubblica e collettiva e, quindi, per l’identità stessa della “polis”. Si può quindi affermare che l’intitolazione delle strade, la costruzione di monumenti e la collocazione di lapidi sono sempre state utilizzate, dai regimi totalitari ma anche dalle democrazie, per connotare la comunità e per onorare e ricordare personaggi o avvenimenti ritenuti importanti politicamente e, per così dire, pedagogicamente, affinché fatti e persone venissero segnati a “imperitura memoria”.

L’idea di richiedere ai Comuni italiani di intitolare vie e piazze alla strage fu espressa nel primo anniversario anche dall’Associazione dei famigliari delle vittime di Bologna. Proprio per questo evidente valore simbolico, sovente nel passato e nel presente, le scelte delle amministrazioni locali o centrali hanno scatenato discussioni sia al loro interno, fra maggioranza e minoranza, sia all’esterno, nell’opinione pubblica, visto che «in molti “luoghi” può scatenarsi una contesa sulla memoria» per lo strettissimo legame fra memoria collettiva, identità culturale e luoghi intesi in senso lato.

Incisa nel marmo una scritta può divenire formidabile ancora di memoria, da sempre utilizzata dalle comunità per scrivere la propria storia e conservarne memoria, sulle lapidi sono narrati gli eventi politici e sociali giudicati importanti, vengono segnati luoghi in cui sono avvenuti eventi di cui serbare memoria. Non dissimilmente  avviene per le stragi, anche se la particolarità dell’evento e la memoria, per così dire complessa, che si conserva di loro ricade anche sulle lapidi, sul loro contenuto e sulla loro collocazione.

452091--140x180La prima lapide venne collocata nella sala d’aspetto sopra al fornello dell’ordigno immediatamente dopo la ricostruzione del fabbricato, mentre quella collocata in piazza del Nettuno, in un luogo particolarmente ricco di simboli della memoria cittadina, fu donata da un privato al Comune qualche anno dopo e porta incise, oltre al nome delle vittime della strage alla stazione, quelli dei morti per la strage dell’Italicus e del Rapido 904.lapidedivetro

Dopo la sentenza d’appello del luglio 1990, quando vennero assolti tutti gli imputati, per la prima volta fu ufficialmente chiesto di cancellare la parola fascista in seguito, su segnalazione del Movimento sociale italiano, il presidente del consiglio Giulio Andreotti e il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si pronunciarono a favore della cancellazione. Come è noto, le sentenze successive, compresa quella definitiva della Cassazione, confermarono le condanne per i neofascisti dei Nar. Questo però non impedì il continuare di polemiche e richieste da parte sia di numerosi appartenenti all’Msi, poi Alleanza Nazionale, sia di altri esponenti politici. Fino a quando anche il Consiglio comunale di Bologna si pronunciò per il cambiamento della lapide. Nel 2001, con l’amministrazione di centro-destra, venne approvato, nuovamente durante la notte, un ordine del giorno presentato dall’esponente della lista civica “La tua Bologna”, Niccolò Rocco di Torrepadula in cui si auspicava che “in un clima di ritrovata pacificazione nazionale, l’Associazione familiari delle vittime del 2 agosto voglia prendere in considerazione l’eventualità di abolire la parola “fascista” sia dalla lapide in stazione che ricorda le vittime, sia dai manifesti stampati per ricordare l’anniversario”. Il Presidente dell’Associazione fra i familiari delle vittime sottolineò che l’aggettivo fascista era giustificato dalle sentenze.

Questa decisione notturna ebbe anche una eco parlamentare: in Senato, ad esempio venne rivolta al Ministro della giustizia la richiesta di sapere se il Governo avesse intenzione di intervenire per assicurare che la lapide non sarebbe stata cambiata e, al tempo stesso, veniva chiesto un impegno per l’approvazione di una legge sull’abolizione del segreto di Stato. Alla Camera dei deputati venne presentato un documento, sempre rivolto al Ministro della giustizia in cui si poteva leggere, fra l’altro che”sulla cancellazione della verità e sulla riscrittura della storia a fini di parte non si può basare alcuna pacificazione, ma al contrario si producono nuove lacerazioni e nuovi conflitti.

 

La discussione si spostò quindi su questioni che, partendo dalla contingente richiesta di togliere il termine fascista dalla lapide di Bologna, si allargarono alla storia italiana. L’allora Sindaco di Bologna, Giorgio Guazzaloca dichiarò che durante il suo incarico la lapide non sarebbe stata in alcun modo modificata e quindi la definizione «terrorismo fascista» rimase e fu scritta, con la variante del neofascismo, anche su una targa commemorativa più recentemente collocata dall’amministrazione di centro-sinistra della città di Bari nel 2006

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Lo stesso problema, e le stesse polemiche, si sono ripresentate quando il 26 settembre 2010 la sala d’aspetto della stazione di Bologna è diventata patrimonio Unesco per la cultura della pace. In questa occasione è stata collocata una lapide in cui non viene riportata la matrice dell’attentato e la discussione che si è sviluppata fra centro-destra e centro-sinistra ha ripreso temi già analizzati: da un lato si chiedeva che venisse introdotto il termine fascista rispettando verità giudiziaria e storica, dall’altro si colse l’occasione per ribadire che la sentenza era ingiusta e non condivisibile.

Nella stazione di Bologna sono conservate altre lapidi ed altri segni di memoria: la targa in cui si ricordano i nomi delle impiegate alla ditta Cigar che morirono nell’esplosione e, posta sulla parete esterna della sala d’aspetto, una lapide in cui è stata incisa la preghiera recitata in stazione da papa Giovanni Paolo II il 18 aprile 1982.

Una lapide con i nomi delle vittime è stata posata anche sulla parete esterna della sala d’aspetto, quella che è di fronte al piazzale della stazione.

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Sempre sulla parete dell’entrata della stazione è posta una lastra di vetro su cui è scritto «Quest’orologio segna le 10.25 del 2 agosto 1980 L’ora della strage di Bologna. Per non dimenticare». Posta il 2 agosto 2002, questa iscrizione è stata pensata per spiegare la presenza, in alto sulla facciata, di un orologio non funzionante e fermo alle 10,25.

Immediatamente simbolo della strage – «Gli orologi della stazione sono fermi alle 10,25: segnano l’ora della strage», scriveva il giornale di Bologna, il «Resto del Carlino» nella sua edizione straordinaria uscita nel pomeriggio del 2 agosto 1980 – anche la vicenda di questo orologio è legata a polemiche e discussioni. Osservando le foto del 2 agosto 1980 si nota che l’orologio posto molto vicino alla sala d’aspetto si era fermato sull’ora dell’esplosione, completata la ricostruzione dell’ala crollata venne rimesso in funzione

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Nella memoria collettiva e personale dei cittadini bolognesi quell’orologio non era mai ripartito dal giorno della strage, si è creato quindi una sorta di artefatto di memoria, probabilmente per il forte impatto delle lancette ferme viste in molte fotografie, forse perché spesso utilizzato sui manifesti e nelle opere grafiche, forse perché fino al 1996 le lancette dell’orologio venivano fermate durante le cerimonie commemorative si credeva di averlo sempre visto fermo su quell’ora, mentre l’altro gemello, posto in modo speculate sull’ala est della stazione, era deputato a segnare l’ora esatta.

Fermatosi per un guasto al meccanismo, venne deciso, in accordo con l’Associazione dei famigliari delle vittime, di non farlo più ripartire e di fissare così anche in quel modo la memoria della strage. In seguito alle lamentele di alcuni viaggiatori, almeno secondo le dichiarazioni dei funzionari delle Ferrovie dello Stato, stanchi di vedere un orologio fermo, non pensando, non sapendo, non capendo il significato diverso che aveva in quel contesto, l’orologio fu fatto ripartire il 16 agosto 2001, Quando ci si accorse del cambiamento sui giornali locali vennero registrate molte reazioni contrarie e l’orologio fu definitivamente fermato.

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